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Il palazzo delle Poste

Non c’è perugino che non abbia varcato, anche solo per una volta, la soglia di questo edificio (con accesso sia in piazza Matteotti che in via Mazzini), ma è altrettanto facile ritenere che pochi di essi, presi dagli affari quotidiani e immersi nei propri pensieri, abbiano alzato la testa per ammirare un affresco del Brugnoli, uno stucco del Frenguelli o un artistico ferro battuto di un qualche anonimo fabbro di un secolo fa. Eppure questo palazzo, realizzato a partire dal 1911 su progetto degli ingegneri Armanni e De Fonseca ed inaugurato il 10 maggio 1916, costituisce un pregevole ed inequivocabile esempio di stile liberty, quell’architettura anche detta “floreale” che tanto successo ebbe agli inizi del Novecento. Nel giorno dell’inaugurazione una folla di perugini si riversò, curiosando, nei locali nuovi di zecca, per passeggiare nei lunghi corridoi ed ammirare gli affreschi e gli stucchi. “L’Unione Liberale”, allora il più letto quotidiano perugino, sottolineava come “il nuovo palazzo postelegrafico concorra a conferire al più bel centro della città, la continuità di una ampia e solenne linea architettonica atta ad accrescere la dignità edilizia cittadina, cui corrisponde, pei locali interni, una vastità e una sontuosità di aule e di ambulacri, di decorazioni e di arredi, come ben pochi pubblici uffici delle città d’Italia, anche tra le maggiori, possono vantare”. Ed in effetti, gli artisti e gli artigiani che hanno dato il loro contributo alla realizzazione di questo palazzo erano fra i più conosciuti e quotati dell’epoca: i numerosissimi affreschi sono opera di Annibale Brugnoli (1843 -1915), pittore umbro apprezzato in tutta Italia, col quale collaborò Osvaldo Mazzerioli, specializzato nei paesaggi; tutti gli stucchi, le decorazioni e le sculture, tra cui i suggestivi grifi che con sguardo arcigno guardano la sottostante piazza Matteotti, furono realizzate da Giuseppe Frenguelli (1856 -1940), coadiuvato da Enrico Cagianelli (1886-1938) e da sconosciuti quanto valenti intagliatori della pietra, mentre l’autore degli elaboratissimi ferri battuti, o perlomeno di gran parte di essi, è il fabbro Paride Rosi. Sono andate perse, purtroppo, le vetrate policrome e il grande velario che sovrastava il salone centrale a pianterreno, frutto del talento di Ludovico Caselli Moretti (1859 -1922), maestro indiscusso dell’arte vetraria. Nell’area ove oggi insiste questo edificio sorgeva, precedentemente, il palazzo Meniconi, che ospitò in tempi diversi la Zecca e la prima Biblioteca civica. Adiacente ad esso si trovava la settecentesca Pesceria che, per le sue forme neoclassiche e il suo caratteristico colonnato, fu dai perugini ironicamente ribattezzata “il tempio delle lasche”.